Psicologia

Le emozioni della sopravvivenza: la Paura e l’Ansia

 

Esistono confini precisi tra le diverse emozioni e possiamo dividerle in tre grandi categorie:

Emozioni che servono alla sopravvivenza dell’individuo e del gruppo: paura e ansia.
Emozioni “campanello d’allarme” che avvertono che qualcosa sta interferendo con un buon funzionamento: stanchezza, irritazione, noia, invidia.
Emozioni che segnalano che tutto sta procedendo per il meglio: piacere, gioia.

In questo articolo descriverò le emozioni del primo gruppo che sono quelle che, nella mia esperienza, portano le persone ad incontrarmi a studio.

 

L’ameba, la più elementare delle creature, può aiutarci a capire come funzionano le emozioni, a partire da quella più antica: la paura.

L’ameba è dotata di un programma genetico essenziale, in grado di riconoscere gli stimoli nocivi che potrebbero pregiudicarne la sopravvivenza. Essa ingerisce tutti i frammenti che trova, ma assorbe solo quelli che le servono ed elimina quelli dannosi.

Risalendo la scala degli organismi viventi, il meccanismo che regola la sopravvivenza diventa più complesso: la sopravvivenza viene infatti garantita dal riconoscimento di messaggi che possono essere positivi o negativi, come per l’ameba, ma che si accompagnano anche a sensazioni di dolore e di piacere.

Tutto ciò che procura dolore, per l’animale, rappresenta una minaccia e viene evitato; ciò che è piacevole invece viene ricercato. Per poter provare delle sensazioni di dolore e di piacere è necessario quindi un sistema nervoso piuttosto elaborato.

 

Il dolore però non è ancora paura.

Il dolore implica un contatto immediato. La paura invece può essere provata anche a distanza. Questa differenza fa sì che da un punto di vista evolutivo la paura rappresenti un passo avanti rispetto al dolore puro e semplice. Il dolore infatti solo fino ad un certo punto è di aiuto: può avvisare un animale che sta mangiando la cosa sbagliata, ma il segnale può essere troppo […]

Stop al Perfezionismo!

 

Diciamoci la verità!

Chi può dire di non aver mai desiderato fortemente che un lavoro assegnato, un’iniziativa personale o un’opera intrapresa riuscissero in maniera perfetta?

E’ vero, l’esperienza e l’esercizio assiduo talvolta ci hanno fatto avvicinare a quella fatidica soglia, ma niente di più. Sono molto più frequenti le volte in cui, nostro malgrado, abbiamo dovuto rinunciare al desiderio di perfezione e adattarci di fronte ai risultati. Questa tuttavia è una buona notizia!

Si! Perché il perfezionismo oltre a non farci raggiungere l’eccellenza può essere addirittura controproducente.

Il perfezionismo, inteso come una “tendenza nevrotica di tipo ossessivo, che impedisce spesso all’individuo di attuare cose relativamente semplici, per eccesso di narcisismo e di autocritica” non ha nulla a che vedere con lo sforzo di produrre un qualcosa di perfetto; corrisponde piuttosto al desiderio faticosissimo di fare un’ottima impressione agli altri, veri e interiorizzati: “Che direbbe mia madre di questo risultato? E mio padre? Che direbbe il mio capo?”.

Chi è schiavo del perfezionismo tende a procrastinare all’infinito per il timore di sbagliare e spreca gran parte del suo tempo e delle sue energie in dettagli del tutto irrilevanti e marginali, prolungando oltre il necessario i limiti temporali dei lavori o dei compiti che gli sono affidati. Questo perché una performance scadente o una prestazione semplicemente ordinaria distruggerebbe irreparabilmente la sua autostima: un rischio per lui inaccettabile nel modo più assoluto.

Spesso quindi i perfezionisti rischiano di diventare esattamente il contrario di ciò che vorrebbero essere: improduttivi e poco attivi. Inoltre sono spesso inclini a dissimulare i propri errori, in modo tale che la loro immagine (devo essere perfetto!) non subisca contraccolpi.

Se ne deduce che persone con un simile tratto di personalità non dovrebbero mai essere adibite a occupazioni che comportano un […]

F come Felice

Ti sei mai chiesto se esistano persone per le quali la felicità rappresenta un sentimento costante e duraturo, che non viene scalfito da nessuna delle avversità che incontra?

Sembrerebbe di sì, almeno a leggere i risultati di uno studio longitudinale statunitense su oltre 5000 soggetti adulti. Chi si autodefiniva felice nel 1993 ha confermato questa valutazione dieci anni più tardi e ancora dieci anni dopo nel 2013, anche se nel frattempo la sua vita aveva subito profondi mutamenti e la sorte gli aveva giocato più di un tiro mancino.

Sembra dunque che esistano dei “felici cronici”, imperturbabili dinanzi le insidie e capaci di conservare l’euforia anche nella sventura.

Ma cosa distingue questi individui da quelli che sono soggetti ad una più facile perdita della felicità? E come è fatto chi è felice?

Ecco le quattro tipiche caratteristiche:

Le persone felici presentano un ELEVATO LIVELLO DI AUTOSTIMA. Essendo sinceramente convinte del proprio valore, si descrivono come più intelligenti, più sane e socialmente più competenti della media. La correlazione statistica tra felicità e autostima è stata riscontrata in tutti gli studi in materia, ma è particolarmente accentuata in campioni di soggetti appartenenti alle società occidentali nelle quali alla libertà individuale si assegna la massima importanza; in civiltà più “collettivistiche”, ove il gruppo ha la preminenza sull’individuo, tale associazione è nettamente più debole.

Le persone felici hanno un FORTE SENSO DEL CONTROLLO circa gli eventi della propria vita. Il sentimento di impotenza, il cosiddetto “helplessness”, rappresenta spesso un ostacolo insormontabile lungo il sentiero che conduce alla felicità, e a lungo andare reca con se disturbi fisici e psichici. Chi si sente padrone del proprio destino, invece, tende a descriversi come più felice nella media.

Le persone felici sono OTTIMISTE. Chi ad esempio può sottoscrivere […]

Tristezza Natalizia? 10 modi per combatterla!

Il Natale è il primo dei tre eventi (Capodanno ed Epifania completano la tripletta) che può averti fatto sentire il “blues” delle festività, quella sensazione di tristezza e malinconia che arriva in questo periodo dell’anno e che scompare subito dopo le feste.

Sì perché questo periodo, oltre ad essere un momento felice di condivisione familiare e di allegria per l’arrivo del nuovo anno, può essere vissuto da alcune persone anche con un profondo senso di fastidio, tristezza e cattivo umore.

Sintomi spesso legati a sentimenti negativi riguardanti il passato e le persone che non sono più con noi, al grande cambiamento della routine quotidiana tipico del Natale, ma anche agli obblighi, ai doveri e agli impegni familiari che in questo periodo dell’anno aumentano vertiginosamente o, per chi è solo, diminuiscono vistosamente.

“Fatiche“ emotive difficili da sostenere che, se sommate a conflitti familiari più o meno importanti, possono farti sembrare la gioia e la letizia tipiche (e quasi obbligatorie) del Natale, un grosso e crudele scherzo.

E se inoltre stai vivendo una situazione complicata con il partner, con il lavoro, con i soldi o stai vivendo la rottura di un legame (separazione, divorzio o la morte di una persona cara) potresti arrivare a desiderare di saltare i festeggiamenti e passare direttamente al 7 gennaio.

Tuttavia c’è una soluzione al blues natalizio!

La non partecipazione alle festività non è certo una buona idea. L’isolamento e la chiusura totale verso amici e familiari, non solo a Natale, sono dannosi e innaturali per un “animale sociale” come l’uomo che è sopravvissuto proprio grazie alla condivisione.

Ecco quindi 10 suggerimenti per evitare cadute emotive durante le feste:

IMPARA A RICONOSCERE I SINTOMI FISICI DELLO STRESS.

Lo stress emotivo inizia nel corpo. Se ti senti esausto e stanco, fermati […]

N come Natura

Si chiama “Sindrome da deficit di Natura”,                                                                                                                                                     una delle ultime, “moderne” sindromi inserite nel Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali.

Si manifesta attraverso sensazioni di sradicamento dal mondo, incapacità di distinzione tra reale e virtuale, difficoltà di concentrazione, stress, ansia e depressione.

La causa del suo insorgere è la mancanza di vita all’aperto, di contatto fisico con la natura e con i suoi colori tipici: verde, giallo, marrone, rosso, rosa, arancione…

Potrebbe sembrare eccessivo, ma sta diventando sempre più frequente incontrare bambini e adolescenti che hanno “paura della natura”, degli spazi verdi e che hanno una serie di difficoltà a stare all’aperto. Bambini che non conoscono piante, che non sanno come sono fatti i fiori o gli alberi e che li conoscono solo virtualmente, tramite i videogiochi o internet.

Certo, non è indispensabile conoscere tutta la flora del nostro pianeta, ma esserne totalmente estranei è sicuramente dannoso.

Secondo il ricercatore americano Richard Louv, che da oltre dieci anni studia il comportamento dei bambini a contatto con la natura, quello che è accaduto e continua ad accadere nella nostra società, è che i genitori tendono a proteggere i figli in maniera eccessiva. Questo ha fatto sì che, rispetto a 30 anni fa, il raggio di allontanamento medio di un bambino americano dalla sua casa, sia diventato nove […]

Leggere fa bene. Ma solo se il libro è di carta!

Ce lo sentiamo ripetere da tempo, ma ora la conferma arriva anche dal mondo scientifico. All’Università di Stanford, in California, un team di neurobiologi, radiologi e studenti di materie umanistiche, guidato dalla dott.ssa Natalie Phillips, ha accertato che la lettura apporta notevoli benefici al cervello. Lo studio è partito con l’obiettivo di scoprire la relazione tra lettura, attenzione e distrazioni, e gli effetti di questi comportamenti sull’attività cerebrale. Ai “lettori-cavie”, un gruppo di studenti di letteratura, è stato chiesto di leggere alcuni brani di un romanzo della scrittrice britannica Jane Austin, “Mansfield Park”, mentre erano sottoposti a risonanza magnetica. Il tutto mentre erano a contatto con diverse fonti di distrazione o di stress.

Consulenza Psicologica Gratuita ad Ottobre!

Da oggi, lunedì 5 ottobre, Giornata Mondiale del Benessere Psicologico, fino a fine mese, il Centro di Consulenza Psicologica “Dott.ssa Teresa Pomponi” offre incontri di Consulenza Psicologica Gratuita tutti i giorni su appuntamento.

Chiama ora per un colloquio!

Prenditi cura della tua psiche e della tua mente!

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    E’ attivo il “Gruppo di Sostegno alle Relazioni Affettive”!

E’ attivo il “Gruppo di Sostegno alle Relazioni Affettive”!

Nel blù dipinto di Blues

Il suicidio del copilota dell’airbus 320 Andreas Lubitz non sarebbe il primo caso di suicidio nella storia dell’aviazione commerciale, ma il quarto negli ultimi 30 anni: prima di lui il comandante Seiji Katagiri, 35 anni, che soffriva di allucinazioni e depressione; il co-pilota Gameel El-Batouty, 59 anni, che aveva nei giorni precedenti manifestato propositi suicidari; e il pilota Younis Khayati, 32 anni,  che aveva più volte manifestato il suo malessere psicologico ai suoi colleghi piloti.

La domanda che in questi giorni mi sono posta è: chi controlla e si prende cura del benessere psicologico oltre che quello fisico dei piloti che hanno la responsabilità della vita di così tante persone? Perché in alcune compagnie aeree chi soffre di diabete è curato, strettamente monitorato e, se necessario, portato alla sospensione dell’incarico e invece chi soffre di depressione o manifesta difficoltà psichiche viene lasciato completamente solo? Questa modalità di gestione del personale di volo non è completamente irresponsabile e irrispettoso nei confronti della salute dei propri dipendenti e delle persone che scelgono di volare con quella compagnia proprio perché la considerano seria, affidabile e sicura?

Quello che è accaduto il 24 marzo sull’airbus A320 della Germanwings, ha riportato, purtroppo e per fortuna, l’attenzione sull’equilibrio psicologico dei piloti di linea, equilibrio che troppo spesso sembra vacillare.

“Purtroppo” perché quello che è successo è davvero doloroso, ma “per fortuna” perché ora, l’ attenzione sullo stato di salute dei piloti e di tutto il personale di volo sarà, si spera, un po’ più alta e ci auguriamo maggiore sarà la cura e la formazione di chi ha il potere di fare scelte che possono uccidere in soli 8 minuti 150 persone.

Attraverso una breve ricerca che ho effettuato proprio sulle persone che lavorano […]

Ortoressia: la mela rossa di Biancaneve

Conosci qualcuno che segue una dieta autoimposta che inorridisce quasi sempre di fronte ad ogni tipo di cibo? qualcuno che non mangia perché il pasto non supera il “clean test”? o per cui un semplice giro al supermercato si trasforma in un lungo evento stressante durante il quale ogni etichetta viene studiata attentamente?

Noi tutti conosciamo le abitudini alimentari dei vegetariani, degli amanti del rawfood (cibo crudo), dei celiaci, dei reducetarians (coloro che riducono il consumo di carne mangiandola sempre solo di “qualità”) e dei pescartarians (coloro che non mangiano la carne ad eccezione del pesce), consumatori attenti che leggono con molta cura le etichette degli alimenti che mangiano.

Ma a volte può succedere che l’attenzione al cibo, da ragionevole e necessaria, diventa eccessiva, incontrollata, una vera e propria trappola, così come avviene per l’anoressia e la bulimia. Si sviluppa quindi un’ ossessione per il cibo “sano”, gran parte della giornata è occupata dai pensieri sul cibo “migliore” da assumere e dominata dalle azioni che conseguono da questa fissazione che limita sempre di più la propria vita e i rapporti con gli altri.

Si finisce per assumere enormi quantità di un unico alimento considerato salutare (a volte associate ad integratori in dosi fai-da-te) o piccole quantità di differenti cibi che tuttavia non coprono il fabbisogno giornaliero, sia in termini di calorie che di vitamine e componenti essenziali per una corretta alimentazione.

Forse questo è il momento in cui si può parlare di “Ortoressia”.

Ma che cosa significa questo nuovo termine?

L’ortoressia  (termine composto da “Ortho” che vuol dire diritto, di forma rettangolare e “Orexia”, desiderio, l’appetito e quindi “appetito rigido”) viene definita come una “forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche”.

Proposta come forma patologica […]

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