Il “Mal d’Amore” o “Love Addiction” è noto sin dall’antichità.

Plutarco, biografo e filosofo greco, già nel primo secolo dopo Cristo, metteva in guardia dalla “malattia d’amore” affermando che “Chi si infila nell’amore e nei rovi, entrerà in qualsiasi momento, ma non ne uscirà quando desidera”…e che “Taluni han pensato che l’amore fosse una malattia, una rabbia… dunque bisogna perdonare agli innamorati proprio come a dei malati”.

Anche Shakespeare, nel celeberrimo monologo dell’Amleto, annovera il “mal d’amore” tra i mali dell’essere umano e si interroga se valga o meno la pena di provare “i morsi dell’amore disapprovato”.

Se rileggiamo le vecchie diagnosi di mal d’amore dei secoli passati, ci accorgiamo che coincidono quasi perfettamente con un’odierna diagnosi di disturbo ossessivo con alterazione dell’umore. Ci sono molti aspetti dell’innamoramento simili a un disturbo mentale, in modo così fedele che, forse non c’è nessuna vera differenza tra l’ossessione per la persona amata è un’ossessione propriamente detta.

Certamente l’amore cambia profondamente le persone, influenza il modo in cui pensano e si comportano e quando non è appagante, causa un vero e proprio malessere psico-fisico, ma non sempre diventa una dipendenza affettiva.

Come riuscire quindi a distinguere un sano sentimento amoroso dal vero e proprio“mal d’amore”?

Una relazione di dipendenza è caratterizzata da uno stato ansioso-depressivo in cui non si è più in grado di prendere decisioni da soli, si ha un comportamento costantemente sottomesso verso il partner, si ha sempre bisogno di rassicurazioni e in generale non si sta bene senza la presenza e la cura del partner.

Le persone dipendenti sono schive e inibite, quando sono sole si sentono indifese: vivono nel terrore di essere abbandonate e sono letteralmente sconvolte quando la relazione affettiva finisce. Per farsi ben volere sono disposte a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, possono accettare situazioni che sono per molti (e probabilmente anche per loro stessi) intollerabili.

Un rapporto dipendente è quindi doloroso, insoddisfacente, umiliante e autodistruttivo, e spesso si fa fatica a uscirne. Altre peculiarità sono: incompatibilità, mancanza di rispetto, divergenze progettuali, ostilità, diversità di bisogni e desideri.

E’ l’opposto dell’amore sano che diviene crescita ed espansione dell’Io, piacere, gioia di vivere ed è in grado di favorire intimità, complicità e senso di appartenenza.

Perché quindi si resta ancorati al dolore, all’umiliazione e si fa così tanta fatica a uscirne?

La risposta sta quasi sempre nella parola rifiuto, rifiuto da parte dell’amato che ricorda più o meno consapevolmente la prima “figura di attaccamento”. La prima persona che si prende cura di ciascuno di noi, che ci dà amore e dalla quale si fa fatica a “digerire” il rifiuto. Se non ci fosse il rifiuto probabilmente non ci sarebbe neanche dipendenza.

Con il tempo il desiderio di ottenere approvazione da qualcuno che ci rifiuta, aumenta e sale ancor di più nella misura in cui aumenta il dolore e la difficoltà creando quindi una vera e propria dipendenza affettiva.

La malattia d’amore e la conseguente dipendenza, si instaurano quando cerchiamo di soddisfare i nostri bisogni, in relazioni con individui che non vogliono o non possono soddisfarli. Le attese diventano troppo elevate e per niente realistiche rispetto a quello che l’altra persona vuole o può dare.

Si crea un circolo vizioso: più l’una insegue, più l’altro scappa perché ha paura di essere soffocato o “vampirizzato”. In un rapporto così sbilanciato, c’è da parte del dipendente, l’ ansia e il bisogno di essere rassicurato; ciò lo porta ad essere sempre più pervicace e ostinato. L’amato inizialmente dimostra di gradire le attenzioni e l’audacia dell’amante, ma quanto più queste diventano insistenti e spesso invadenti tanto più lui si spaventa e si ritira.

Si può uscire dalle dipendenze affettive? Certamente si, ma con un buon lavoro su di sé!

Prima di tutto ci vuole consapevolezza del proprio stare male e del fatto di avere una seria difficoltà. E inoltre desiderio di introdurre nuovi comportamenti e di comprendere a fondo il perché si è più portati a dare amore piuttosto che a riceverne.

Ecco le 4 regole per vivere un amore sano:

  • volersi bene, cercare e accettare i propri bisogni personali per far si che gli altri ne prendano atto e li rispettino
  • basare le proprie aspettative di coppia non su ciò che desideriamo, ma sulle possibilità concrete dell’altra persona, cercando di comprendere che possiamo cambiare solo noi stessi e non l’altro
  • sublimare i sentimenti negativi o il dolore per un rifiuto, in creatività o in attività di arricchimento per la propria vita, onde evitare che vinca il risentimento, l’ansia o la depressione
  • mantenere la propria integrità e la propria individualità nella coppia, muovendoci in maniera fluida tra i due poli fondamentali sia per la coppia che per l’individuo: quello della fusione e dell’individuazione