Un lungo lavoro di ricerca e sperimentazione iniziato 13 anni fa, ci rimanda ora i primi risultati certi. La ricerca è stata portata avanti in due regioni, Umbria e Lazio. Per tre anni, due giorni a settimana un dottore e uno psicologo hanno visitato insieme nello stesso studio i pazienti informati del nuovo servizio.

Il risultato: un minor carico di lavoro del medico di base, una percezione di miglioramento dell’assistenza e maggiore benessere psicofisico riferiti dai pazienti e una spesa sanitaria che si è ridotta del 28% ogni anno, una cifra che si avvicina ai 75 mila euro per ogni medico. Se la sperimentazione fosse portata avanti in tutti gli studi medici e in tutta Italia (abbiamo circa 46.000 medici di base distribuiti su tutto il territorio nazionale) vi lascio solo immaginare quale potrebbe essere stata la cifra risparmiata in farmaci e prestazioni sanitarie.

La collaborazione medico-psicologo, promossa e realizzata in primis  dal professor Luigi Solano, docente di Psicosomatica all’Università La Sapienza di Roma, rappresenta un approccio nuovo alla salute che accoglie e si prende cura del paziente nella sua totalità, non solo come corpo da guarire. «E’ un’iniziativa» spiega il professore, «che integra la proposta sanitaria con la consulenza psicologica e si rivolge a tutta la popolazione, al pari della consulenza medica».

Finora sono state coinvolte 3 città: Roma, Orvieto e Rieti, con 14 psicologi e 12 studi medici. Lo psicologo incontra i pazienti insieme al medico e interviene nel contesto della visita. Se lo ritiene opportuno ed emerge una motivazione ad un lavoro più approfondito propone al paziente ulteriori colloqui.

La novità di questo progetto è che lo psicologo si occupa di tutti, non solo di chi ha un disagio psichico esplicito. Questo gli consente di intervenire già nelle primissime fasi della malattia attuando di fatto prevenzione. Si tratta di un lavoro congiunto di ascolto e analisi della domanda di tutti i casi che arrivano all’osservazione.

«La psicologia non può “curare” la malattia organica» dice Solano «ma può intervenire sulle situazioni emotive e relazionali che predispongono e sostengono la malattia stessa, evitando peggioramenti e cronicizzazioni del sintomo. Gli interventi dello psicologo hanno restituito benessere, reso possibile un ricorso minore ai farmaci, agli esami e addirittura ai ricoveri».

Attraverso l’alleanza tra medico e psicologo, la domanda di aiuto, già dal primo incontro, viene accolta e trattata in termini emotivi, spostando l’interesse anche sul piano personale e dando significato al sintomo portato. Non isolandolo, come spesso tende a fare il medico, ma contestualizzandolo e rivalutandolo come risorsa, come bisogno di reagire.

Io credo che questa esperienza offra l’opportunità di rivedere il significato di malattia, abbandonando l’idea che il disagio psicologico riguarda solo alcuni, i cosiddetti “malati di mente”, che necessitano di servizi specifici diversi da quelli della salute fisica.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità solo il 16% di chi ha sofferto di disturbi psichici, il 18% della popolazione, si è rivolto ad un esperto e purtroppo sempre molto in ritardo rispetto ai primi sintomi.

Uno studio dell’Ordine degli Psicologi indica che appena il 5% della popolazione si è rivolto ad uno psicologo nella vita e si stima inoltre che il 50% del disagio che arriva al medico di famiglia non abbia base organica. La situazione che spesso si verifica è quella di un medico sovraccarico di domande alle quali non sa rispondere, uno psicologo consultato molto poco e troppo tardi e un abuso di farmaci spesso utilizzati senza il monitoraggio medico.

La collaborazione medico-psicologo esprime quindi a pieno l’orientamento bio-psico-sociale alla salute, un approccio più completo ed integrato che considera la persona nella sua totalità e risponde alla sempre più diffusa esigenza di “umanizzare la medicina”. Umanizzare nel senso di ricordarsi sempre che abbiamo di fronte a noi un individuo con la sua storia, i suoi vissuti, i suoi momenti di vita, non un insieme di pezzi da aggiustare separati gli uni dagli altri.

Credo sia utopistico pensare che il medico possa fare tutto questo lavoro da solo, specie se è stato formato a tenere fuori dalla stanza di terapia gli aspetti emotivi nella relazione con il paziente.      In 12 studi, grazie ai medici che hanno creduto in questo progetto, la co-visita è già possibile e ha dato ottimi risultati, perché non fare tesoro di questa esperienza, approfondirla e diffonderla?