Si chiama “Sindrome da deficit di Natura”,                                                                                                                                                     una delle ultime, “moderne” sindromi inserite nel Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali.

Si manifesta attraverso sensazioni di sradicamento dal mondo, incapacità di distinzione tra reale e virtuale, difficoltà di concentrazione, stress, ansia e depressione.

La causa del suo insorgere è la mancanza di vita all’aperto, di contatto fisico con la natura e con i suoi colori tipici: verde, giallo, marrone, rosso, rosa, arancione…

Potrebbe sembrare eccessivo, ma sta diventando sempre più frequente incontrare bambini e adolescenti che hanno “paura della natura”, degli spazi verdi e che hanno una serie di difficoltà a stare all’aperto. Bambini che non conoscono piante, che non sanno come sono fatti i fiori o gli alberi e che li conoscono solo virtualmente, tramite i videogiochi o internet.

Certo, non è indispensabile conoscere tutta la flora del nostro pianeta, ma esserne totalmente estranei è sicuramente dannoso.

Secondo il ricercatore americano Richard Louv, che da oltre dieci anni studia il comportamento dei bambini a contatto con la natura, quello che è accaduto e continua ad accadere nella nostra società, è che i genitori tendono a proteggere i figli in maniera eccessiva. Questo ha fatto sì che, rispetto a 30 anni fa, il raggio di allontanamento medio di un bambino americano dalla sua casa, sia diventato nove volte inferiore!

Sicuramente ci saranno anche delle “buone” ragioni che hanno spinto nel tempo i genitori a diminuire il raggio di allontanamento dei figli, ma nove volte in meno sembra davvero troppo.

I moderni genitori, spesso istigati (e spaventati) in maniera esagerata dai media, tendono ad avere paura della natura, dell’estraneo, di tutto quello che è nuovo e da esplorare, troppo preoccupati che qualcosa sfugga al loro controllo, spesso ossessivo, che tanto rassicura (sebbene sia solo illusorio…). Il bambino quindi viene messo nella cosiddetta “campana di vetro”, si chiude in casa o viene relegato a rimane nei paraggi. Gli si vieta di sporcarsi, a volte addirittura di sudare, non tocca la terra, rinuncia a esplorare non solo la natura, ma anche l’ambiente urbano in cui vive.

Succede così che i bambini preferiscono i videogames ai parchi divertimenti e al “rischio” dell’avventura incontrollabile. Preferiscono l’ordine, il pulito, il non contatto con l’esterno vero che è troppo pericoloso, troppo imprudente.

Si calcola che un bambino americano medio passi ben 44 ore alla settimana davanti ad un media digitale (tv, computer, ecc.) e purtroppo sappiamo bene che spesso, quello che succede ora in America, sarà quello che accadrà in Italia da qui a qualche anno.

Il rischio più a lungo termine è che bambini cresciuti con un legame così sottile, quasi inesistente con la natura, oltre a sviluppare la sindrome da deficit di natura, crescano con altri mille problemi e diventino degli adulti disinteressati al mondo che li circonda. Il problema quindi non è solo dei singoli o delle famiglie con bambini, ma dell’intero pianeta che in un futuro potrebbe pagare il prezzo di questo disinteresse crescente.

Sebbene i sintomi si manifestino soprattutto nei bambini, è probabile, che questa sindrome possa diventare una malattia che, in senso lato, colpirà tutto il mondo occidentale o gran parte di esso, in cui la routine casa-macchina-ufficio-palestra-casa è diventata ormai la normalità e in cui gli spazi di ricreazione sono per lo più guidati, circoscritti e protetti: sport, palestra, cinema, locali.

Ma cosa si può fare per evitare questa sindrome? Per invertire la rotta?

Delle soluzioni ci sono!

Prima tra tutte è la “Garden Therapy”, quella che i nostri nonni o bisnonni facevano tutti i giorni, spesso tutto il giorno. Consiste semplicemente nella cura quotidiana (almeno mezz’ora al giorno) di un giardino, un terrazzo, un balconcino o anche solo di piantine da tenere in casa. La “Garden Therapy”, è noto, aumenta l’autostima, cura la depressione, stimola la capacità logica e l’interazione sociale. Permette ai bambini di sentire la natura, di toccarla, senza la paura o l’ossessione (spesso tutta dei grandi) di sporcarsi o incappare in eventi nuovi o incontrollabili, perché questi sono altamente benefici e aiuteranno il bambino a fronteggiare i tantissimi nuovi ed imprevisti eventi che la vita gli presenterà, senza per questo sentirsi impotente o sfiduciato rispetto le proprie capacità.

Nel suo libro “L’ultimo bambino nei boschi”, Louv parla della natura come medicina, forse prima dell’anima che del corpo, e sogna anche un futuro dove uomo e ambiente vivano ancora una volta in sintonia. Chiama “Zoopolis”, le città del futuro in cui non ci sarà differenza tra elementi urbani e natura, città dove bambini e adulti conoscono, preservano e si prendono cura degli ecosistemi crescendo così più felici e spensierati. Forse tutto questo partirà da quella piantina verde tenuta in casa…forse è solo un sogno…qualcosa che come il sogno può essere incontrollabile e per certi versi pericoloso…ma come diceva Marcel Proust “Se sognare un poco è pericoloso, la sua cura non è sognare meno ma sognare di più, sognare tutto il tempo!