Diciamoci la verità!

Chi può dire di non aver mai desiderato fortemente che un lavoro assegnato, un’iniziativa personale o un’opera intrapresa riuscissero in maniera perfetta?

E’ vero, l’esperienza e l’esercizio assiduo talvolta ci hanno fatto avvicinare a quella fatidica soglia, ma niente di più. Sono molto più frequenti le volte in cui, nostro malgrado, abbiamo dovuto rinunciare al desiderio di perfezione e adattarci di fronte ai risultati. Questa tuttavia è una buona notizia!

Si! Perché il perfezionismo oltre a non farci raggiungere l’eccellenza può essere addirittura controproducente.

Il perfezionismo, inteso come una “tendenza nevrotica di tipo ossessivo, che impedisce spesso all’individuo di attuare cose relativamente semplici, per eccesso di narcisismo e di autocritica” non ha nulla a che vedere con lo sforzo di produrre un qualcosa di perfetto; corrisponde piuttosto al desiderio faticosissimo di fare un’ottima impressione agli altri, veri e interiorizzati: “Che direbbe mia madre di questo risultato? E mio padre? Che direbbe il mio capo?”.

Chi è schiavo del perfezionismo tende a procrastinare all’infinito per il timore di sbagliare e spreca gran parte del suo tempo e delle sue energie in dettagli del tutto irrilevanti e marginali, prolungando oltre il necessario i limiti temporali dei lavori o dei compiti che gli sono affidati. Questo perché una performance scadente o una prestazione semplicemente ordinaria distruggerebbe irreparabilmente la sua autostima: un rischio per lui inaccettabile nel modo più assoluto.

Spesso quindi i perfezionisti rischiano di diventare esattamente il contrario di ciò che vorrebbero essere: improduttivi e poco attivi. Inoltre sono spesso inclini a dissimulare i propri errori, in modo tale che la loro immagine (devo essere perfetto!) non subisca contraccolpi.

Se ne deduce che persone con un simile tratto di personalità non dovrebbero mai essere adibite a occupazioni che comportano un alto livello di rischio, per loro troppo ansiogene, stressanti e frustranti con un conseguente aumento di sintomi fisici e psicologici quali mal di testa, dolori addominali, depressione e perfino impotenza.

I perfezionisti sono invece degli ottimi lavoratori se messi in squadra con carichi di lavoro ripartiti tra loro e altri che al contrario tendono a non essere accurati e disciplinati.

Un importante fattore del successo in campo imprenditoriale è la capacità di distinguere tra obiettivi raggiungibili e irraggiungibili e di riuscire a vedere le proprie risorse, ma anche riconoscere i propri limiti.

Nei perfezionisti patologici sono proprio queste capacità a essere deficitarie con la conseguenza che molte delle mansioni da loro svolte sono portate avanti per il mero bisogno di svolgerle piuttosto che con la visione finale dell’obiettivo aziendale che ci si era prefissati. Risultato: azienda in affanno e persona demotivata.

Quindi, sbagliamo un po’ e aiutiamo i perfezionisti a farlo facendo loro sentire che si può, anzi si deve fare!

Sbagliare infatti è fondamentale per migliorare e la perfezione, oltre a non esistere, è l’avversaria numero uno della creatività, del progresso e del benessere psicologico.

 

Dott.ssa Teresa Pomponi

Psicologa – Psicoterapeuta

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