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A tavola e in- forma! – Save the Date! 26-09-2015

A come Alimentazione

Mai come in questo periodo dell’anno sentiamo parlare di dieta, rapide soluzioni per perdere peso e regime alimentare…ma qual è il significato della parola Alimentazione?

Il termine deriva dal latino “Alimentum” con il quale si intende “crescere, aumentare”,  più semplicemente l’ ingestione o la somministrazione di cibo.

L’alimentazione, nel senso più stretto,  è il soddisfacimento del bisogno fisiologico della fame e della sete, di cui ha bisogno la vita di ogni essere umano, fin da prima della nascita, dal periodo intrauterino. Il bisogno di alimentazione è in prima istanza fisiologico, non psicologico; tuttavia una condizione di bisogno fisiologico determina importanti conseguenze psicologiche nell’essere umano, conseguenze che prendono il nome di pulsioni.

Le pulsioni vanno distinte dal bisogno sia perché un organismo affamato può essere a tal punto indebolito da non manifestare alcuna pulsione al cibo, sia perché un organismo sazio può non manifestare alcuna diminuzione della pulsione al cibo.

L’alimentazione è quindi carica di significati, biologici, psicologici e relazionali, sin dal primo giorno di vita, in cui, la ricerca di cibo e la modalità di nutrimento, rappresentano le prime interazioni che il neonato ha con la madre e con il mondo esterno.

Studi recenti hanno ancor di più sottolineato un profondo legame tra lo stile di allattamento madre-bambino e l’atteggiamento comportamentale del bambino stesso.

Il cibo rappresenta quindi il primo rapporto che il bambino ha con il mondo e l’oggetto “altro da se” e attraverso il quale può esprimere il disagio o il rifiuto dell’ambiente o dell’altro, molto tempo prima di poter usare il linguaggio.

Secondo la psicoanalisi, l’alimentazione, oltre ad essere la prima forma di costruzione della propria identità attraverso il riconoscimento e la distinzione tra il sé e l’ ”oggetto esterno cibo”, è strettamente connessa al piacere. Piacere che […]

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    Nuovo evento sul rapporto tra cibo e psiche: “E- state in- forma!”

Nuovo evento sul rapporto tra cibo e psiche: “E- state in- forma!”

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    E’ attivo il “Gruppo di Sostegno alle Relazioni Affettive”!

E’ attivo il “Gruppo di Sostegno alle Relazioni Affettive”!

Nel blù dipinto di Blues

Il suicidio del copilota dell’airbus 320 Andreas Lubitz non sarebbe il primo caso di suicidio nella storia dell’aviazione commerciale, ma il quarto negli ultimi 30 anni: prima di lui il comandante Seiji Katagiri, 35 anni, che soffriva di allucinazioni e depressione; il co-pilota Gameel El-Batouty, 59 anni, che aveva nei giorni precedenti manifestato propositi suicidari; e il pilota Younis Khayati, 32 anni,  che aveva più volte manifestato il suo malessere psicologico ai suoi colleghi piloti.

La domanda che in questi giorni mi sono posta è: chi controlla e si prende cura del benessere psicologico oltre che quello fisico dei piloti che hanno la responsabilità della vita di così tante persone? Perché in alcune compagnie aeree chi soffre di diabete è curato, strettamente monitorato e, se necessario, portato alla sospensione dell’incarico e invece chi soffre di depressione o manifesta difficoltà psichiche viene lasciato completamente solo? Questa modalità di gestione del personale di volo non è completamente irresponsabile e irrispettoso nei confronti della salute dei propri dipendenti e delle persone che scelgono di volare con quella compagnia proprio perché la considerano seria, affidabile e sicura?

Quello che è accaduto il 24 marzo sull’airbus A320 della Germanwings, ha riportato, purtroppo e per fortuna, l’attenzione sull’equilibrio psicologico dei piloti di linea, equilibrio che troppo spesso sembra vacillare.

“Purtroppo” perché quello che è successo è davvero doloroso, ma “per fortuna” perché ora, l’ attenzione sullo stato di salute dei piloti e di tutto il personale di volo sarà, si spera, un po’ più alta e ci auguriamo maggiore sarà la cura e la formazione di chi ha il potere di fare scelte che possono uccidere in soli 8 minuti 150 persone.

Attraverso una breve ricerca che ho effettuato proprio sulle persone che lavorano […]

Ortoressia: la mela rossa di Biancaneve

Conosci qualcuno che segue una dieta autoimposta che inorridisce quasi sempre di fronte ad ogni tipo di cibo? qualcuno che non mangia perché il pasto non supera il “clean test”? o per cui un semplice giro al supermercato si trasforma in un lungo evento stressante durante il quale ogni etichetta viene studiata attentamente?

Noi tutti conosciamo le abitudini alimentari dei vegetariani, degli amanti del rawfood (cibo crudo), dei celiaci, dei reducetarians (coloro che riducono il consumo di carne mangiandola sempre solo di “qualità”) e dei pescartarians (coloro che non mangiano la carne ad eccezione del pesce), consumatori attenti che leggono con molta cura le etichette degli alimenti che mangiano.

Ma a volte può succedere che l’attenzione al cibo, da ragionevole e necessaria, diventa eccessiva, incontrollata, una vera e propria trappola, così come avviene per l’anoressia e la bulimia. Si sviluppa quindi un’ ossessione per il cibo “sano”, gran parte della giornata è occupata dai pensieri sul cibo “migliore” da assumere e dominata dalle azioni che conseguono da questa fissazione che limita sempre di più la propria vita e i rapporti con gli altri.

Si finisce per assumere enormi quantità di un unico alimento considerato salutare (a volte associate ad integratori in dosi fai-da-te) o piccole quantità di differenti cibi che tuttavia non coprono il fabbisogno giornaliero, sia in termini di calorie che di vitamine e componenti essenziali per una corretta alimentazione.

Forse questo è il momento in cui si può parlare di “Ortoressia”.

Ma che cosa significa questo nuovo termine?

L’ortoressia  (termine composto da “Ortho” che vuol dire diritto, di forma rettangolare e “Orexia”, desiderio, l’appetito e quindi “appetito rigido”) viene definita come una “forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche”.

Proposta come forma patologica […]

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    Medico e psicologo si alleano: i farmaci si riducono di un quarto

Medico e psicologo si alleano: i farmaci si riducono di un quarto

Un lungo lavoro di ricerca e sperimentazione iniziato 13 anni fa, ci rimanda ora i primi risultati certi. La ricerca è stata portata avanti in due regioni, Umbria e Lazio. Per tre anni, due giorni a settimana un dottore e uno psicologo hanno visitato insieme nello stesso studio i pazienti informati del nuovo servizio.

Il risultato: un minor carico di lavoro del medico di base, una percezione di miglioramento dell’assistenza e maggiore benessere psicofisico riferiti dai pazienti e una spesa sanitaria che si è ridotta del 28% ogni anno, una cifra che si avvicina ai 75 mila euro per ogni medico. Se la sperimentazione fosse portata avanti in tutti gli studi medici e in tutta Italia (abbiamo circa 46.000 medici di base distribuiti su tutto il territorio nazionale) vi lascio solo immaginare quale potrebbe essere stata la cifra risparmiata in farmaci e prestazioni sanitarie.

La collaborazione medico-psicologo, promossa e realizzata in primis  dal professor Luigi Solano, docente di Psicosomatica all’Università La Sapienza di Roma, rappresenta un approccio nuovo alla salute che accoglie e si prende cura del paziente nella sua totalità, non solo come corpo da guarire. «E’ un’iniziativa» spiega il professore, «che integra la proposta sanitaria con la consulenza psicologica e si rivolge a tutta la popolazione, al pari della consulenza medica».

Finora sono state coinvolte 3 città: Roma, Orvieto e Rieti, con 14 psicologi e 12 studi medici. Lo psicologo incontra i pazienti insieme al medico e interviene nel contesto della visita. Se lo ritiene opportuno ed emerge una motivazione ad un lavoro più approfondito propone al paziente ulteriori colloqui.

La novità di questo progetto è che lo psicologo si occupa di tutti, non solo di chi ha un disagio psichico esplicito. Questo gli consente di […]

Gli animali che curano : la “Pet Therapy”

Il termine Pet Therapy (in italiano Zooterapia) indica una terapia dolce, basata sull’interazione uomo-animale.

Questo nuovo tipo di terapia, applicata per la prima volta dallo psichiatra infantile Boris Levinson intorno agli anni 60, si basa sul contatto dell’uomo con gli animali domestici quali cani, gatti, pappagalli e anche cavalli, asini e delfini. Negli ultimi cinquanta anni si è affiancata alle terapie tradizionali, per la cura di disabilità psichiche come l’autismo, difficoltà fisiche come i deficit dell’udito, della vista e del movimento e anche dei disturbi psichici e dell’apprendimento quali ansia ed iperattività.

La Pet Therapy trova ampia applicazione in svariati settori socio-assistenziali, tra i quali: case di riposo, ospedali, comunità di recupero. Dall’ospedale Niguarda di Milano al Policlinico di Roma, al Meyer di Firenze fino alle centinaia di scuole e RSA e Istituti Penitenziari, ogni regione in Italia ha almeno un progetto di Pet Therapy .

La Pet Therapy è una co-terapia che generalmente affianca una terapia tradizionale con lo scopo di facilitare l’approccio medico e terapeutico delle varie figure mediche e riabilitative (psicologo, medico, operatore sociale) soprattutto nei casi in cui il paziente non dimostra collaborazione spontanea.                   La presenza di un animale nell’équipe di aiuto al paziente, permette in molti casi di consolidare un rapporto emotivo con quest’ultimo e, tramite questo rapporto, di stabilire sia un canale di comunicazione paziente-animale-medico sia di stimolare la partecipazione attiva del paziente.

Prendersi cura di un animale calma l’ansia, favorisce l’ascolto emotivo proprio e dell’altro e aiuta a superare lo stress e la depressione. Durante le sedute si riduce la pressione sanguigna, la glicemia ed il battito cardiaco e con il tempo, le endorfine, ormoni del benessere, risultano più numerose.                                Effetti riscontrati e confermati da decine di studi scientifici, tanto che […]

  • Bjj - Strategia per Adulti e Bambini
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    Brazilian Jiu Jitsu: i benefici di una disciplina per grandi e bambini

Brazilian Jiu Jitsu: i benefici di una disciplina per grandi e bambini

Che lo sport faccia bene e che sia fondamentale per gli adulti e per i bambini “futuri adulti” è cosa oramai nota. Lo sport, si sa, aiuta i bambini a crescere sani, a prevenire l’obesità, a socializzare, scaricare le energie e rilassarsi. E’ un vero e proprio toccasana per il corretto sviluppo psicofisico. Siamo a settembre ed è il momento ideale per iniziare una nuova attività.

Ma qual è l’età migliore per iniziare? e qual è l’attività fisica più adatta in base all’età dei bambini?

Queste sono le domande che spesso mi rivolgono i genitori, che hanno il compito sia di educare allo sport i loro figli senza troppo forzarli, che di scegliere tra una vasta (e a volte disorientante)rosa di attività.

L’approccio migliore è quello di accompagnarli allo sport alla giusta età, senza anticipare i tempi, senza esagerare e monitorando costantemente le loro inclinazioni, il coinvolgimento e le reazioni all’attività fisica.

Prima dei 3 anni sconsiglio sempre di iniziare qualsiasi attività sportiva ad eccezione del nuoto che può essere praticato fin dai primi mesi di vita.

Intorno ai 4 anni si può praticare ed è consigliabile sia la ginnastica artistica che le arti marziali.

Dopo i 6 – 8 anni si possono cominciare tutte le attività di squadra.

L’importante è che vostro figlio si diverta e non senta che pretendiate da lui una performance da campione. Va  sostenuto, guidato e incoraggiato e non trattato come un re o una regina.

Per piacere personale e per tenermi in forma negli anni ho praticato differenti attività sportive scoprendone benefici fisici e anche psicologici ed indicazioni specifiche a seconda delle peculiarità della disciplina stessa.

Recentemente ho conosciuto un’arte marziale chiamata Jiu Jiutsu Brasiliano (Brazilian Jiu Jitsu o BJJ) che i più esperti chiamano “arte soave” […]

Chi è lo psicologo? Cosa fa?

Lo psicologo è un esperto di prevenzione, diagnosi, sostegno e terapia in ambito psichico.

E’ un laureato, abilitato alla professione attraverso il superamento di un esame di Stato, che interviene in tutte quelle situazioni in cui le condizioni personali, le relazioni con gli altri e con il mondo esterno costituiscono fonte di disagio o di difficoltà.

Le sue competenze possono essere rivolte al singolo individuo, alla coppia, alla famiglia o ad un gruppo di persone.

E’ la figura professionale che si consulta in situazioni di malessere psicologico più o meno intenso, di difficoltà relazionali, di bisogno di chiarezza o di semplice bisogno di ascolto.

In passato era comune pensare che chi si rivolgeva ad uno psicologo fosse  “pazzo” o “diverso”.  Come sappiamo questa credenza è falsa ed ormai superata. Al contrario, rivolgersi ad uno psicologo vuol dire prendersi cura della propria salute mentale e fisica, che camminano sempre di pari passo, ed avere un grande senso di responsabilità e coscienziosità.

Se ci troviamo in situazioni di sofferenza e/o proviamo un senso di inquietudine che facciamo fatica a gestire, è preferibile non lasciare passare molto tempo prima di farsi aiutare e non minimizzare la propria condizione.

Affrontare la situazione con l’aiuto di un esperto, prima che si aggravi e che diventi “troppo grande” da sostenere, consente di trovare sollievo, benessere in tempi brevi e di non stare male per lungo tempo come spesso capita a chi vive il proprio malessere in completa solitudine.

Ecco una serie di situazioni nelle quali è utile consultare uno psicologo:

– per difficoltà nello sviluppo di bambini e adolescenti (problemi di apprendimento, iperattività, balbuzie, enuresi, tic nervosi, eccessiva timidezza e chiusura, difficoltà di comunicazione e relazionali, ansia da prestazione, problematiche relative alla sfera sessuale);

– per difficoltà genitoriali nell’educazione […]

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