Il suicidio del copilota dell’airbus 320 Andreas Lubitz non sarebbe il primo caso di suicidio nella storia dell’aviazione commerciale, ma il quarto negli ultimi 30 anni: prima di lui il comandante Seiji Katagiri, 35 anni, che soffriva di allucinazioni e depressione; il co-pilota Gameel El-Batouty, 59 anni, che aveva nei giorni precedenti manifestato propositi suicidari; e il pilota Younis Khayati, 32 anni,  che aveva più volte manifestato il suo malessere psicologico ai suoi colleghi piloti.

La domanda che in questi giorni mi sono posta è: chi controlla e si prende cura del benessere psicologico oltre che quello fisico dei piloti che hanno la responsabilità della vita di così tante persone? Perché in alcune compagnie aeree chi soffre di diabete è curato, strettamente monitorato e, se necessario, portato alla sospensione dell’incarico e invece chi soffre di depressione o manifesta difficoltà psichiche viene lasciato completamente solo? Questa modalità di gestione del personale di volo non è completamente irresponsabile e irrispettoso nei confronti della salute dei propri dipendenti e delle persone che scelgono di volare con quella compagnia proprio perché la considerano seria, affidabile e sicura?

Quello che è accaduto il 24 marzo sull’airbus A320 della Germanwings, ha riportato, purtroppo e per fortuna, l’attenzione sull’equilibrio psicologico dei piloti di linea, equilibrio che troppo spesso sembra vacillare.

“Purtroppo” perché quello che è successo è davvero doloroso, ma “per fortuna” perché ora, l’ attenzione sullo stato di salute dei piloti e di tutto il personale di volo sarà, si spera, un po’ più alta e ci auguriamo maggiore sarà la cura e la formazione di chi ha il potere di fare scelte che possono uccidere in soli 8 minuti 150 persone.

Attraverso una breve ricerca che ho effettuato proprio sulle persone che lavorano […]