Conosci qualcuno che segue una dieta autoimposta che inorridisce quasi sempre di fronte ad ogni tipo di cibo? qualcuno che non mangia perché il pasto non supera il “clean test”? o per cui un semplice giro al supermercato si trasforma in un lungo evento stressante durante il quale ogni etichetta viene studiata attentamente?

Noi tutti conosciamo le abitudini alimentari dei vegetariani, degli amanti del rawfood (cibo crudo), dei celiaci, dei reducetarians (coloro che riducono il consumo di carne mangiandola sempre solo di “qualità”) e dei pescartarians (coloro che non mangiano la carne ad eccezione del pesce), consumatori attenti che leggono con molta cura le etichette degli alimenti che mangiano.

Ma a volte può succedere che l’attenzione al cibo, da ragionevole e necessaria, diventa eccessiva, incontrollata, una vera e propria trappola, così come avviene per l’anoressia e la bulimia. Si sviluppa quindi un’ ossessione per il cibo “sano”, gran parte della giornata è occupata dai pensieri sul cibo “migliore” da assumere e dominata dalle azioni che conseguono da questa fissazione che limita sempre di più la propria vita e i rapporti con gli altri.

Si finisce per assumere enormi quantità di un unico alimento considerato salutare (a volte associate ad integratori in dosi fai-da-te) o piccole quantità di differenti cibi che tuttavia non coprono il fabbisogno giornaliero, sia in termini di calorie che di vitamine e componenti essenziali per una corretta alimentazione.

Forse questo è il momento in cui si può parlare di “Ortoressia”.

Ma che cosa significa questo nuovo termine?

L’ortoressia  (termine composto da “Ortho” che vuol dire diritto, di forma rettangolare e “Orexia”, desiderio, l’appetito e quindi “appetito rigido”) viene definita come una “forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche”.

Proposta come forma patologica […]